Alta Via delle Alpi Apuane

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1-6 Agosto 2009

1 agosto 2009: sono sulle Alpi Apuane. Felicemente solingo e ramingo, oggi ho iniziato a percorrere l’Alta Via di questi monti che conosco così poco. Agosto significa caldo notevole e grande dispendio d’acqua: devo sfruttare il primo mattino ed il tardo pomeriggio, per procedere senza soffrire. Visti la stagione e il clima, mi sorprende che la vegetazione sia così verde: il sentiero si sviluppa attraverso boschi floridi; come sfondo per il mio cammino ho invece vette severe, bianche di marmo e di cave, senza tracce di vita vegetale.

Ho deciso di cominciare il cammino in modo molto morbido, così mi bastano un paio d’ore per percorrere la prima, breve tappa: partito da Ponte di Monzone, che ho raggiunto in treno nel primo pomeriggio, raggiungo così il rifugio Carrara dove trascorrerò la prima notte. Dallo spiazzo davanti al rifugio si vede il mare, e la costa fino a Portovenere, e il sole scendere dietro il promontorio.

Faccio la conoscenza di Gianni, il rifugista, che è di quelli che si atteggiano a grand viveurs delle montagne: di quelli che dalle Apuane al Bianco non si sono fatti sfuggire una cima. D’altronde intuisco che le piccozze da ghiaccio che tiene appese all’ingresso del rifugio non servono da soprammobili, e probabilmente parla a buon diritto: dopo una prima impressione di fastidio diventa un piacere ascoltarne i racconti, complici il suo accento ligure e qualche bicchiere ad alta gradazione alcolica.

In breve nel rifugio si crea una gradevole atmosfera conviviale, ma nei prossimi giorni vorrei un po’ più di rudezza. In fondo è per questo che ho deciso di camminare solo, con tenda al seguito.

2 agosto: dal rifugio Carrara fino al rif. Orto di Donna, passando per il monte Sangro e la finestra del Grondilice.

La tappa è molto varia. Attraverso alpeggi, boschi, ravaneti e erte vette calcaree lungo sentieri da capre (che in effetti avvisto su un crinale): questi ultimi, insieme al vento, al sole ed alla mia scarsa riserva d’acqua, mi hanno sfiancato. Pur avendo camminato solo per mezza giornata, quando arrivo a Orto di Donna nel primo pomeriggio non riesco a fare altro che srotolare il materassino sotto un albero e crollare in un sonno agitato.

Quando vengo svegliato dal vento fresco del tardo pomeriggio decido che anche per oggi snobberò la tenda. Evito anche il bivacco K2, che pure è a due passi: sono davvero troppo stravolto da questa prima giornata di cammino per riuscire a disdegnare un letto vero.

Orto di Donna è una buona base per raggiungere il Pisanino e il Pizzo d’Uccello, detto il “Cervino delle Apuane” per la sua fantastica parete Nord e la sua storia alpinistica. Oggi pomeriggio ho mancato il Pizzo, che avrei potuto raggiungere con una deviazione dal sentiero tra il Grondilice e l’Orto di Donna: spero domattina di poter salire almeno il Pisanino.

3 agosto: da Orto di Donna al rifugio Conti, passando per il crinale della Focolaccia.

Niente Pisanino: l’attacco del sentiero è arduo da trovare anche col bel tempo, alla cui categoria certo non si può ascrivere il tempo di oggi. La giornata inizia con nuvole basse e fredde che non daranno tregua fino a sera: mi fa desistere dalla salita al Pisanino uno scroscio di pioggia, il primo di una serie. Tempo da lupi, da pile e giacca a vento, in puro stile alpino. Nemmeno il gore-tex degli scarponi resistite alla pioggia ed all’erba intrisa d’acqua.

Per raggiungere il passo della Focolaccia è inevitabile attraversare la cava di marmo alla sua base: la raggiungo mentre tutto è avvolto dalla nebbia, fittissima, che è scesa dopo l’acquazzone. Dal biancore emergono a stento i rumori dei mezzi pesanti e le forme dei blocchi di pietra tagliata: profili lattei che appaiono e scompaiono, geometrie galleggianti nello spazio.

Inventandomi una via erta e franosa oltre la cava finalmente raggiungo il crinale, battuto dal vento e dalle nuvole: sperso e confuso, sbaglio strada, comincio a scendere dall’altro versante seguendo i segnavia di un altro sentiero.

Per fortuna poco più in basso le nubi si aprono e incontro altri escursionisti che stanno risalendo il versante e mi riconducono sulla retta via: mi informano che per raggiungere il Conti basta seguire il crinale.

Camminiamo insieme per poco, poi io li supero e ciascuno torna immerso nella nebbia.

La visuale ridotta a pochi metri impedisce di ammirare il paesaggio, ma è bello camminare anche così: fuori dallo spazio e dal tempo.

Il vento non dà tregua nonostante la nebbia, ma diventa come un buon amico.

Dalla nebbia emergono tre montoni inselvatichiti con le corna ritorte e per un po’ mi accompagnano lungo il nudo sentiero. Quando scompaiono nei banchi di nebbia di fronte a me riesco comunque ad intuirne la presenza dal rumore dei ciottoli che smuovono, o per le folate di odore intenso che a tratti mi sono portate dal vento.

Al rifugio Conti scopro con piacere che si tratta finalmente di un vero rifugio: una novità, dopo il Carrara e l’Orto di Donna che sono in verità degli alberghetti.

Il termometro fuori dal rifugio segna 11°C.

Finalmente tolgo gli scarponi fradici ed entro nella grande sala tiepida al pianterreno, unico avventore. Cerco di essere un po’ di compagnia chiacchierando con la gentile rifugista, ma la stanchezza e la mia orsaggine hanno il sopravvento: mi addormento leggendo un fumetto di Zio Paperone e Amelia la fattucchiera.

 4 agosto, doppia tappa con imprevisto: l’idea era di raggiungere il rif. Puliti ad Arni, quindi proseguire fino al rif. Del Freo alle pendici della Pania; sulla strada per il Freo però mi sono perso ripetutamente, tra cave e strade asfaltate, ed ho finito per pernottare in tenda su un pianoro al Passo della Croce, dove assisto ad un nuovo tramonto nel Mar Ligure, al di là delle ultime vette apuane.

Dal rifugio Conti ad Arni il percorso è vario ed agrodolce: si passa da faggete a ravaneti a cave attraverso sentieri e strade marmifere.

Al di là del passo Sella, fino ad Arni è un’unica lunga discesa sui tornanti bianchi e polverosi di una strada marmifera. Per la prima volta dopo la cava della Focolaccia vedo da vicino i segni dell’attività estrattiva del marmo, ma stavolta non c’è la nebbia a velare le cicatrici della montagna ed ammantare tutto di un sapore onirico.

Le montagne sventrate e le cave stesse danno impressioni ambigue: se si riesce a scinderle dal danno ecologico che rappresentano, infatti, hanno un loro equilibrio estetico, anche se lunare e macabro nel loro biancore abbagliante.

Queste cicatrici nei fianchi della montagna mi ricordano un passo de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Sepulveda in cui si parla del capolavoro dell’uomo moderno: il deserto. Alcuni abitanti della zona sono di diverso parere; qua e là si leggono, scritte a pennello sui muri: “MARMO=PANE, PARCO=FAME”.

5 agosto. Mi sveglio prima dell’alba: nel cielo già chiaro, la luna quasi piena è rossa. Dopo aver smontato il mio bivacco raggiungo in breve il rif. del Freo, schiumante dalla fame: divoro la colazione, dato che nel mio stomaco alberga solo la magra cena della sera prima costituita da qualche monodose di marmellata e una scatoletta di carne scovata in fondo allo zaino.

Dopo la massacrante giornata di ieri, oggi “riposo”: trascorro la mattinata dormicchiando al sole fuori dal rifugio; solo nel pomeriggio salgo la severa Pania della Croce e la vicina Pania Secca per poi pernottare al Rifugio Rossi. Se non fosse per il mare all’orizzonte si direbbero paesaggi alpini.

Al tramonto decine di mufloni compaiono dal bosco per brucare l’erba umida attorno al rifugio. Il rifugio si raggiunge solo a piedi e ha magrissime scorte di acqua potabile: l’unica fonte è un rivolo d’acqua che cade goccia a goccia da una roccia. Per riempire una bottiglia servono venti minuti, durante i quali osservo finalmente da vicino i mufloni apuani che prima non sono mai riuscito a vedere. Il gestore del rifugio Rossi non condivide il mio entusiasmo: in precedenza ha gestito un rifugio sulle Alpi e, abituato all’eleganza dei camosci alpini, per lui questi non sono che sgraziate capre selvatiche.

6 agosto: dal rif. Rossi al monte Procinto, poi giù fino a Camaiore.

Il monte Forato, dove già una volta sono stato, preannuncia la fine del cammino. In breve, dal Procinto si raggiunge la fine del sentiero e una strada asfaltata: il primo autostop della mia vita mi porta a Camaiore. Di nuovo autostop fino a Viareggio, poi in treno fino a Pisa. Ritorno al mio letto, a una doccia, alla gente, alla civiltà: dopo giorni trascorsi in solitudine o quasi, centellinando l’acqua da bere e misurando lo spazio e il tempo col numero dei propri passi, tutto questo ha un sapore strano.

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